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09/03/2010
INTRODUZIONE DEL LIBRO "ADOTTARE LA TERRA"
Nel Pianeta delle scimmie, uno dei film che all'epoca erano
piuttosto di moda, il mitico Charlton Heston ingaggiava
una battaglia mortale con il regime tecnologico che aveva
preso il sopravvento sulla Terra. I nuovi padroni avevano
un obiettivo: far dimenticare agli uomini i gusti, gli odori, i
piaceri che costituiscono la nostra intima essenza. La scena
madre del film si svolge in una cucina: nell'incontro decisivo
con il capo dei rivoltosi, Heston si convince a passare
dalla parte dei ribelli sedotto dal profumo di un sughino al
pomodoro. Non un film indimenticabile. Ma esemplare per
dare spessore a un certo modo di intendere il rapporto con
i valori che contano. Tra questi, la terra. Al proposito, forse
ricorderete anche una polemichetta, che lasciò peraltro
traccia di sé, innescata dallo scrittore Pietro Citati il quale,
su un numero della «Repubblica» di qualche tempo fa, evocò
la sua infanzia, l'epoca felice in cui, come scrisse, «i pomodori
profumavano di sole». Ma già al tempo del grande
Bergman del Posto delle fragole, la terra e i suoi frutti servivano
come innesco della memoria, come pretesto per evocare
la radice profonda dell'essere umano.
Insomma, tra uomo e natura, tra civiltà e terra non occorre
riandare al tempo del Giardino dell'Eden per mette-
re in luce un sentimento di intima contiguità che ha, spesso,
il grande merito di farci sentire in pace con noi stessi e,
più di quel che si pensi, con gli altri.
Ma qualcosa sta accadendo. L'epoca del trionfo della
tekné sta portando con sé la fine di una civiltà, l'epilogo
di un modo di vivere. A me viene in mente che il mondo
così come lo abbiamo immaginato per centinaia di anni
sia come un bicchiere lasciato sul bordo di un tavolo, ma
già sul punto di cadere, in un ralenti drammatico, ineluttabilmente
destinato all'abisso. Sembra prossima la folle
caduta, l'impatto, l'impazzire delle schegge deflagrate
nel caos.
Però il bicchiere, per ora, è soltanto inclinato. La moviola
può attendere. Per ora.
Non ho mai creduto in un dio che, malvagio o burlone,
si prenda gioco dell'umanità oppure ci voglia punire per
i nostri errori. Sono radicato in una cultura religiosa che
non avverte l'incombenza della vendetta divina. Semmai
Egli, chiamatelo poi, se volete, Destino o Cosmo, ci lancia
dei messaggi che servono per vivere meglio. Ciò che leggo
in questi messaggi davvero sembra di inequivocabile
interpretazione: bisogna incominciare a prendere sul serio
il nostro futuro. Bisogna tornare ad avere una visione.
Sta di fatto che mai come in questi ultimi decenni i cambiamenti
sopravvenuti sono stati radicali e, per molti aspetti,
sorprendenti. Non concordo con l'assunto terroristico di
qualche estremista dell'ecologismo, sempre in grande spolvero
nel sistema mediatico, che vive di iperboli e di esagerazioni:
sono convinto che, per molti aspetti, la modernità sia
stata capace di farci vivere meglio. Una parte cospicua degli
esseri umani non soggiace al ricatto degli elementi naturali.
Una parte dell'umanità è diventata capace di riscaldarsi,
di proteggere con maggiori attenzioni i propri cuccioli,
di nutrirsi con buona consapevolezza. Conosciamo un po'
di più il mondo che ci circonda e abbiamo scoperto medicinali
che ci consentono una qualità della vita sconosciuta
persino ai nostri padri e che ci aiutano nei momenti di angoscia
legati alla malattia e al disagio fisico.
Ma è pur vero che la sensazione di perdersi lungo il cammino
è forte e che le contraddizioni si sono acuite, in un
drammatico contrappasso che riguarda l'intera umanità.
Mai come ora nascere da una parte o dall'altra del pianeta
segna un'implacabile ingiustizia che rende incolmabile
la differenza tra chi vive nella prosperità e chi nell'assoluta
mancanza. Da una parte chi è costretto a curare l'obesità,
sempre di più malattia sociale dell'Occidente, dall'altra
la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta che
cerca di sopravvivere schiacciato dal bisogno di nutrirsi.
Da una parte lo spreco persino inconsapevole di risorse
preziose, dall'altra gli effetti della desertificazione. Milioni
di cittadini del mondo periscono, ogni giorno, perché non
trovano cibo o acqua, mentre altri saccheggiano la terra in
una corsa bulimica verso il Nulla.
Migliaia dei nostri bambini, quotidianamente, soccombono
divorati dalla fame, nel silenzio collettivo, mentre altri
bambini vengono mandati dai genitori a perder peso in
palestre attrezzate. Un pezzetto esiguo dell'umanità divora
il settanta per cento delle risorse, mentre il settanta per
cento degli uomini si divide meno del trenta per cento delle
risorse.
Per sfamare tutti gli esseri umani dovremmo moltiplicare
la nostra produzione di cibo. Ma, così facendo, probabilmente,
le ineluttabili logiche dell'economia renderebbero più
poveri di quanto già lo siano i contadini del mondo ricco.
Intanto, il pianeta deve fare i conti con le sue paure: innanzitutto
quelle legate a un mutamento climatico di cui
nessuno riesce a fornire le prove ma che, nel frattempo, sta
cambiando i connotati alle agricolture di più antica storia.
Le stesse che fronteggiano la crisi dello spreco e la concorrenza
di Paesi che un'agricoltura così raffinata non ce l'hanno
mai avuta e che quindi riescono a produrre a costi di
molto inferiori ai nostri, scaricando i prezzi delle loro fortune
sui campi francesi, italiani, spagnoli, greci e tedeschi
in una crisi senza precedenti.
Molti bambini metropolitani non hanno mai visto un animale
da stalla e, forse, neppure si immaginano come sia fatta
per davvero una stalla. La plastica in Occidente è come una
nuova pelle che copre cibi che nel frattempo hanno perduto
i propri colori e i propri sapori, sostituiti da una lucentezza
innaturale e quasi metafisica. È la lucentezza delle mele
del supermercato, belle fuori e finte dentro.
Tutto questo ci deve spingere a una sorta di «mossa del
cavallo», quella tattica del gioco degli scacchi che serve a
rompere l'ineluttabilità di una partita. Occorre uno scarto.
Anche di fantasia. Una proposta. Un'intuizione. Il cuore mi
dice che staremmo meglio se ricominciassimo dalla terra, se
ritornassimo a «adottarla» come via di uscita per non morire
nel nulla dei nostri centri commerciali e per uscire dal
ricatto della fame. Un po' come in quel film con Charlton
Heston, capace, finalmente, di esaltarsi per il gesto eversivo
di un sugo fatto con il pomodoro fresco, magari raccolto
nell'orto di casa. Una piccola grande eversione che potrebbe
innescare, forse, mutamenti epocali.
Adottare la terra, per esempio, potrebbe rappresentare
quel piccolo passo verso un nuovo patto sociale, in cui il
singolo cittadino sia capace di ritornare ad assumersi una
porzione di responsabilità vera, reale. Proviamo a pensare
a un mondo nel quale ciascuno di noi potesse avere un pezzetto
di orto tutto per sé da coltivare con le proprie mani.
Per prima cosa, potremmo ripensare la struttura urbanistica
delle nostre città e così forse potrebbero ritornare a
essere protagonisti dei nostri quartieri gli anziani e i bambini,
che oggi sono pressoché scomparsi dalla vita e dalle
scelte dei territori perché non fanno parte della popolazione
che produce. Si potrebbero dare a luoghi familiari
nuove funzioni che non pensavamo potessero avere: immaginate
cosa significherebbe trasformare, dentro le nostre
città, certe aree all'interno dei giardini pubblici in terreni
da coltivare, parti di una filiera alimentare cortissima,
davvero fisicamente prossima alle nostre case.
Poi, potrebbe prendere il via un imponente movimento
educativo, perché qualche orto di sicuro nascerebbe persino
all'interno delle scuole: pensate a quanti bambini,
per la prima volta, forse, sarebbero in condizione di vivere
realmente il mutare delle stagioni. Così nuove generazioni
ripenserebbero il proprio tempo: non più secondo
l'immagine vorticosa e un po' feroce dettata da internet o
dagli sms, ma secondo lo svolgersi, lento e paziente, delle
stagioni.
E, sempre a proposito della pazienza necessaria per vivere,
potremmo fin da ora ritornare a ragionare sul modo che
abbiamo, un po' schizofrenico, di fare la spesa. Quell'incedere
nevrotico nell'ipermercato alla ricerca della lattughina
croccante e rugiadosa. Ma alle sette di sera l'insalata non
può più avere né quell'aspetto né quel gusto. L'esito finale
dell'illusione di poter scambiare il nutrirsi con il consumare
è lo spreco. In un mondo nel quale oltre un miliardo
di cittadini soffre la fame e una parte della popolazione di
fame muore, in Italia si butta in discarica l'equivalente di
seicentomila pasti al giorno.
Di recente, un grande quotidiano ha commentato la notizia
che nella sola Milano ogni anno si gettano via tonnel-
late e tonnellate di pane. E al pane è sotteso un valore simbolico
che interroga pesantemente le nostre coscienze.
La filiera cortissima che deriverebbe dall'adottare ciascuno
di noi un pezzo di terra stride con la situazione attuale
nella quale un cibo, prima di arrivare sui nostri piatti compie,
mediamente, un periplo di 2500 chilometri.
Nomadismo del cibo? Sì, ma non solo. Un carico di cereali,
prima di giungere a destinazione, riesce a essere venduto
cinque, magari sei volte, perché nulla sfugge alla speculazione
internazionale e il valore del lavoro dei contadini
viene equiparato a una qualsiasi attività finanziaria volta
all'arricchimento di questo o di quel gruppo di potere che,
magari, nulla ha a che vedere con l'agricoltura. Tutto questo
significa che una parte dell'economia nega nei fatti che la
terra e i suoi prodotti rappresentino un diritto naturale di
ciascun abitante del pianeta.
Qualcosa dobbiamo fare subito. Per questo, nel corso del
primo G8 dei ministri dell'Agricoltura, l'Italia si è battuta
e ha ottenuto che i grandi del mondo si impegnassero a
eliminare dalla speculazione internazionale i prodotti della
terra. Ecco un primo modo per attivare concretamente
quell'«adozione» di cui vi sto parlando.
Nel quadro drammatico che si sta delineando in questa
nostra epoca di grandi mutamenti, ci sono errori che non
possiamo più permetterci di commettere. Il più grande, e
forse il più esecrabile, si perpetra ai danni del continente
più povero. Le pagine scritte dall'economista zambese Dambisa
Moyo a difesa della sua Africa non possono lasciarci
indifferenti. La Moyo ha usato parole di fuoco, sulle quali
avremo modo di soffermarci più in dettaglio, contro il circo
mediatico-spettacolare che ciclicamente si mobilita allo
scopo di aiutare l'Africa. Sono, afferma giustamente la zambese,
iniziative che rendono molto di più a chi le organizza
che alle vittime della fame. E hanno, dice Moyo, la straordinaria
capacità di danneggiare ulteriormente la situazione
di quei popoli. Miliardi di dollari che questa carità pelosa
raccoglie vanno a finire nelle tasche degli organizzatori o,
peggio, in quelle onnivore e grondanti sangue dei dittatori
che quel continente mettono a ferro e fuoco. Parafraso la
soluzione della Moyo e la inserisco nella mia ricetta politica:
non ci saranno aiuti all'umanità dolente senza un processo
che responsabilizzi, fino all'estremo confine del mondo,
ogni singolo cittadino del pianeta.
Quel che si dice dell'Italia, alla fine, vale per tutti: ciascuno
deve essere messo in condizione di decidere del proprio
destino e di fabbricarselo secondo la propria storia, la
propria identità, la propria capacità di sfruttare le risorse
che possiede alla nascita. L'Africa va aiutata non a intascare
soldi che inevitabilmente servono a ingrassare ben altri
soggetti, come la storia di questi decenni sta lì a dimostrare,
ma a rimettersi in piedi facendo leva sulle proprie ricchezze
e sulle proprie forze.
È esattamente quel che ho detto all'indomani dei gravi
incidenti avvenuti qualche tempo fa in Calabria e che, per
un momento, hanno mobilitato l'attenzione dell'opinione
pubblica sulla questione della clandestinità e dell'accoglienza:
non c'è alternativa alla legalità che non sia la fine dello
Stato così come lo conosciamo e che si fonda sulla sovranità
territoriale.
A questa visione si oppone una spinta contraria davvero
assai potente. Un esempio del clima culturale in cui viviamo
è la discussione sugli organismi geneticamente modificati.
Senza coinvolgere il governo di cui faccio parte
e che non ha ancora aperto il dossier, più volte e in molte
sedi mi sono espresso contro l'uso degli Ogm nell'agricoltura
italiana. Da più parti, ovviamente, mi sono piovute
addosso contumelie e non mi sono stati risparmiati gli insulti.
Questo povero Paese è davvero disabituato a discutere,
preso com'è dal vortice di un perenne referendum per
cui sono accettabili esclusivamente le affermazioni apodittiche
che devono, preferibilmente, culminare con un «sì»
o un «no». La riflessione non è di casa dalle nostre parti.
Mi prendo un po' di tempo e cerco di motivare quelle
che a me paiono, invece, questioni di semplice buon senso.
Parto da una premessa: non ho preconcetti o ideologie
da difendere. Non sono contrario in via preliminare al nucleare
o agli inceneritori. Dunque, nemmeno alle tecnologie.
Le utilizzo quando mi servono e ritengo di essere un
discreto navigatore della Rete.
Ma, appunto, utilizzo quel che mi serve. Dunque, a proposito
degli Ogm mi sono posto la domanda: servono questi
organismi in un Paese come il nostro che fa della specificità
dei suoi prodotti un suo irrinunciabile punto di forza e, insieme,
di differenza? Mi porrei lo stesso quesito se dovessi
prendere la stessa decisione nel Sahel, dove un grano capace
di sopravvivere alla mancanza d'acqua risolverebbe
la vita di quei popoli? Dove potrei utilizzare, in Italia, quel
seme «meticcio» in un territorio come il nostro lungo e stretto,
in buona sostanza in un contesto dove sarebbe persino
impossibile la sperimentazione perché il chicco modificato
potrebbe entrare in contatto con gli altri che Ogm non sono?
Insomma l'Italia, che si nutre di biodiversità, ha bisogno di
dotarsi di una tecnologia del genere, che, in sé, contiene una
grande forza omogeneizzatrice? C'è poi un'altra questioneche
mi rende sospettoso fino all'avversione. Non ho nulla
contro le multinazionali, ma sono convinto che esse debbano
fare i propri interessi e ho constatato che questi interessi
spesso vengono conseguiti da questi giganti economici
e finanziari al di là di ogni altra considerazione. Conside-
razioni che, invece, la politica deve fare per «dovere d'ufficio
». Diciamolo: per rimanere fedele alla sua vocazione.
La più importante di tali questioni riguarda la proprietà
dei semi. Se, per disattenzione della politica, le multinazionali
diventassero un domani proprietarie di tutti i semi
esistenti in natura, esse, in pratica, diventerebbero padrone
di vasta parte del creato. A noi esseri umani non rimarrebbe
che il potere d'acquisto di un prodotto: si creerebbe un
vulnus irreparabile per l'umanità intera. Ammesso, e non
concesso, che ci possano essere dei vantaggi iniziali per chi
riuscisse ad accedere a queste tecnologie, il gioco non varrebbe
la candela. Perché per ottenere quei vantaggi occorrerebbe
cedere i «diritti» sulla natura.
Last but not least, constato, girando per il mondo, che si
sta verificando un fenomeno che deve costringerci a riflettere.
Se entrate in un supermercato britannico, vi accorgerete
che vi è una netta divisione tra i prodotti Ogm e l'«organic
food». Ovviamente, quest'ultimo costa un po' di più.
Del resto, anche il consumatore italiano da questo punto
di vista ci invia segnali inequivocabili: oltre il sessanta per
cento è disposto a spendere di più per mangiare meglio e
il dieci per cento compie i propri acquisti nei farmers' market.
Insomma, dal contadino di fiducia. Una grande parte
dei nostri cittadini ci chiede accesso al cibo «naturale».
Per tornare all'Inghilterra, mi pare di poter concludere
che la tendenza è quella di dividere i consumatori tra coloro
che hanno possibilità economiche, e dunque per i quali
si apre la via del mangiare naturale, e gli altri, i meno abbienti,
che devono «accontentarsi» del prodotto Ogm. Uno
squilibrio sociale inaccettabile ovunque, ma soprattutto
nel cosiddetto Primo Mondo che da tempo ha acquisito
il principio che la qualità del cibo è un diritto naturale
e irrinunciabile.
Ho qualche conto in sospeso con alcuni modelli di modernizzazione
che vengono proposti «a prescindere», come
avrebbe detto Totò. E non mi convincono i liberisti a oltranza
che non dicono che alcune teorie oggi spacciate come portatrici
di sviluppo sono nate quasi due secoli fa, quando il
mercato di riferimento era a cinque chilometri dalla piazza
del paese, non a ventimila chilometri di distanza, come
oggi, e non era esposto alla fragilità che deriva da un dumping
implacabile.
Nonostante questo, sono certo che con la modernità si
debba fare i conti e che le innovazioni, come è sempre accaduto
nella storia, possano davvero aiutarci a vivere meglio.
La condizione per tutto questo, però, è che non scompaia
chi, da sempre, accompagna uno dei gesti più semplici e
più nobili. Se ogni giorno beviamo un bicchiere di vino o
spezziamo il pane lo dobbiamo ai milioni di contadini che
da sempre hanno adottato la terra e che ci insegnano il metodo
della vita. Che poi è la pazienza del tempo. Ma anche
lo stupore di un semplice grazie

