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09/03/2010

CONCLUSIONI DEL LIBRO "ADOTTARE LA TERRA"

Riflettere sull'agricoltura significa ragionare sul mondo che

cambia. E sta cambiando in modo vertiginoso. Lo skyline

del centro di Shanghai, per esempio, si è venuto configurando

così come lo vediamo noi oggi in appena una decina

d'anni di rivoluzione urbanistica, ferocemente sostenuta

da quel regime. Il paradosso che mette in difficoltà la democrazia

moderna è che a un regime centralista e, oggettivamente,

autoritario, corrisponde una rapidità esecutiva

esaltata dall'utilizzo spregiudicato delle tecnologie. I regimi

parlamentari boccheggiano in un confronto impari che

sta mettendo sotto scacco le economie occidentali. Inoltre

gli anelli deboli della catena, su tutti l'agricoltura, soffrono

più degli altri, anche perché non hanno l'abitudine alla

competizione. Se si aggiunge la tendenza, questa sì molto

italiana, alla difesa di privilegi e di corporativismi, la partita

sembrerebbe chiusa con la definitiva scomparsa di tutto

quanto a me pare di dover invece difendere: identità, territorialità,

rispetto di quel sistema di valori che ci sono arrivati

da un passato che va rispettato e utilizzato.

C'è un «però» grande quanto tutta la crisi che stiamo attraversando:

la ricchezza vera non è speculativa, e nasce,

oggi come sempre, dal lavoro delle mani dell'uomo e non

dai futures che si vendono nelle vetrine dei maggiori centri

finanziari. Come si direbbe dalle mie parti, «scheo non

fa scheo». In questi lunghi mesi di recessione globalizzata

abbiamo imparato che l'agricoltura può avere un futuro

perché rimane la più moderna delle attività umane. E, ovviamente,

è anche quella che più rispetta il senso del nostro

esistere. La bolla speculativa, durata una decina d'anni,

sarà destinata a ripetersi, perché, ciclicamente, l'umanità

si fa prendere dall'ingordigia. Di soldi facili, di illusioni e

di amarissimi risvegli. Ci sono effetti collaterali, ovviamente,

a valle di crisi così difficili e complesse. In Russia, dopo

l'euforia della glasnost e della perestroika e gli orgasmi rivoluzionari,

al timone del regime si è insediato un nuovo ceto

sociale ed economico, emerso dalle rovine del vecchio sistema

deflagrato.

Dunque, siamo sul crinale di un'epoca del tutto nuova.

È inevitabile il periodico scoraggiarsi nel constatare che la

realtà sembra invecchiare a un ritmo sconosciuto e impensabile

appena una generazione fa. Il tema che stiamo affrontando

non è trovare i modi per contrastare il nuovo,

ma l'energia e la sagacia per saperlo cavalcare e interpretare

senza disfarsi di quanto fino a ieri pensavamo costituisse

la radice profonda dell'essere. E senza necessariamente

doversi accontentare.

Ho in mente esperienze che si stanno svolgendo dalle mie

parti, in cui gruppi di giovani hanno saputo affrontare la sfida

delle tecnologie non subendole, ma aggredendo il futuro

e conservando al tempo stesso l'eccellenza del territorio

a cui questi ragazzi sentono di appartenere e a cui non hanno

mai voluto rinunciare. Nessuno di loro vuole emigrare e

pretendono che la loro fantasia, la loro intelligenza, il rischio

imprenditoriale che hanno voluto e saputo correre, si possano

innervare in un mondo che essi conoscono e amano.

Questa è anche la strada della nuova agricoltura. Lo scopo

di questo libro non era certo difendere «il buon tempo

antico». Anzi. Il futuro è qui e ora e porta con sé occasioni

straordinarie che vogliamo sfruttare fino in fondo. Amare

l'agricoltura identitaria non comporta il rifiuto del mondo

che ci circonda e della modernità: amo ripetere che esiste

una sola multinazionale di cui mi sento al servizio, ed è

quella dei contadini. Nel mondo che abitiamo, la prima rete

globale è quella agricola, tessuta di milioni e milioni di cittadini

della modernità che da secoli lavorano la terra nello

stesso modo eppure in migliaia di modi diversi, che si svegliano

tutti alla stessa ora e che sanno, fin dal primo giorno

di lavoro, che un allevamento di vacche non potrà mai

essere delocalizzato. Sono uomini e donne abituati a guardare

il cielo, sempre e tutti, con la stessa preoccupazione

che avevano i loro padri millenni fa, e che al tempo stesso

sfruttano internet per commercializzare i propri prodotti e

farli conoscere al pianeta intero.

L'agricoltore non presiede alla difesa del paesaggio, ma è

responsabile di una vera e propria azienda economica che,

a sua volta, trasforma il territorio e il paesaggio.

Così, in questo libro ho provato a dare a questa multinazionale

di uomini di tanti colori, di tante fedi, di infinite

sapienze, una voce in più in grado di aiutarla a sopravvivere,

per esempio, alle speculazioni della modernità, assai

più violente di quelle che da sempre accompagnano la storia

dell'uomo. La rete globale è in grado, infatti, di esaltare

la violenza con cui i cicloni finanziari spazzano via, molto

più ferocemente di quelli naturali, quel che gli si para innanzi:

prima di tutto la terra.

Certo, la terra è più indifesa di ieri di fronte all'indifferenza

e alla protervia con cui si pensa, per la prima volta nella

storia dell'umanità, che la frutta, la verdura, la bistecca

o qualsiasi altro cibo che mettiamo nel piatto possa nascere

nei centri commerciali senza storia e senza età. Chi vuole

adottare la terra sta resistendo a una violenza che renderebbe

l'umanità infinitamente più povera.

Una resistenza che pretende si mettano in campo le nostre

risorse migliori: intelligenza nei contenuti, rigore nel metodo,

fantasia nella proposta. L'idea che si possa adottare la

terra ci sembra essere una possibile risposta che tiene conto

di tanti fattori in gioco e che li fa interagire con la prima

caratteristica che deve avere un ragionamento né consolatorio

né autoreferenziale: proporre una visione del futuro

senza rinunciare a una robusta dose di realismo.

L'alternativa, contenuta nel sottotitolo «per non morire

di fame», non è frutto di ideologia impastata nel terrorismo

ecologista. Anzi. Già oggi, a causa di scelte dissennate

del passato nemmeno tanto lontano, una parte importante

dell'umanità muore di fame. La scommessa è duplice: offrire

una chance reale a chi, oggi, non ha i mezzi per campare,

ed evitare che il disastro si allarghi. Stiamo parlando

degli elementi fondamentali per la vita: l'acqua, il cibo,

l'aria che respiriamo, che tanto hanno a che fare con il rispetto

e l'uso della terra.

Un economista americano soleva rispondere al quesito se

fosse più difficile aiutare chi aveva o chi non aveva, che la

difficoltà più grande sarebbe stata quella di tirar fuori dai

guai chi aveva e ora non ha più.

Dedico questo volume a tutti coloro che mi stanno aiutando

in questo lavoro e che, come me, rivolgono tutte le

loro energie non a un sogno astratto ma a un obiettivo che

sappiamo di poter raggiungere